La parola “dentro” e “fuori” dal carcere

Nel tempo attuale, segnato da una progressiva fragilità dei legami sociali, il disagio giovanile trova spesso espressione in forme di rottura che attraversano il corpo, la legge e la relazione con l’Altro. In questo scenario, il circuito penale minorile rappresenta uno dei luoghi in cui tale frattura si rende più evidente: non solo come esito di un agito, ma come punto di emergenza di una sofferenza che fatica a trovare parola.

È a partire da questa consapevolezza che il progetto Metro(Polis). La dipendenza giovanile come metafora contemporanea della crisi del legame sociale promosso dalla Lega Contro la Droga APS con il contributo del Dipartimento per le Politiche Antidroga del Consiglio dei Ministri ha avviato, grazie alla stipula di un protocollo di collaborazione con il Centro per la Giustizia Minorile per la Sicilia e con l’Istituto Penale per i Minorenni di Palermo, una serie di interventi laboratoriali rivolti ai minori inseriti nelle comunità del circuito penale e ai giovani in esecuzione penale presso l’IPM di Palermo. L’obiettivo non è intervenire sull’atto in sé, ma creare le condizioni affinché esso possa essere interrogato, attraversato e, soprattutto, simbolizzato.

Costruire spazi di parola

I laboratori si configurano come spazi strutturati di incontro in cui la parola diventa il principale strumento di lavoro. All’interno di un setting gruppale, organizzato in forma circolare, i partecipanti sono invitati a prendere posizione rispetto alla propria esperienza, in un contesto protetto e non giudicante.

La metodologia adottata alterna momenti di confronto (focus group) a dispositivi più esperienziali, come lo psicodramma, che permettono di mettere in scena vissuti, conflitti e dinamiche relazionali. Questo passaggio è fondamentale: ciò che non può essere detto direttamente trova una via di espressione attraverso la rappresentazione, aprendo uno spazio in cui il soggetto può iniziare a riconoscersi nella propria storia.

Oltre il reato: riaprire la possibilità

Il rischio, nei contesti penali, è quello di una riduzione del soggetto al proprio agito. Il lavoro proposto dai laboratori si colloca in una direzione opposta: non fissare il giovane nella posizione di “autore di reato”, ma restituirgli la possibilità di articolare il proprio vissuto oltre quella definizione.

Attraverso il gruppo, il confronto tra pari e la conduzione clinica, si attivano processi di:

  • riconoscimento del proprio percorso
  • rielaborazione dell’esperienza
  • riattivazione di una dimensione progettuale

L’obiettivo è sostenere un movimento che va dalla ripetizione all’elaborazione, dalla chiusura all’apertura, dal determinismo dell’agito alla possibilità di una scelta.

Un ponte tra “dentro” e “fuori”

Uno degli elementi centrali dell’intervento è la continuità tra i contesti: il lavoro non si esaurisce “dentro” il carcere o la comunità, ma si struttura come un ponte verso l’esterno.

I laboratori attivati nelle comunità del circuito penale minorile e quelli realizzati all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni si inscrivono in una stessa logica: costruire uno spazio simbolico che accompagni il giovane nel passaggio tra il “dentro” e il “fuori”, sostenendo il processo di reinserimento sociale.

In questa prospettiva, la parola non è soltanto espressione, ma atto: consente di separarsi da una posizione, di risignificare la propria storia e di riaprire un rapporto possibile con l’Altro.

La parola come alternativa alla dipendenza

Alla base del progetto Metro(Polis) vi è una lettura precisa: le nuove forme di dipendenza rappresentano una risposta al vuoto prodotto dalla crisi del legame sociale, un tentativo di colmare ciò che non trova più un luogo simbolico di elaborazione.

In questo senso, il lavoro nei contesti penali assume un valore ancora più rilevante. Offrire uno spazio di parola significa introdurre una alternativa alla logica della scarica immediata, della ripetizione compulsiva, dell’agito senza pensiero. Significa riaprire il tempo, la possibilità di attendere, di riflettere, di desiderare.

Una pratica che guarda al futuro

I laboratori attivati rappresentano un primo passo nella costruzione di un modello di intervento capace di coniugare dimensione educativa e clinica, prevenzione e trattamento, individuale e collettivo.

In un contesto in cui il rischio è quello di rispondere al disagio con dispositivi esclusivamente normativi o contenitivi, il progetto Metro(Polis) propone una direzione diversa: restituire centralità alla parola, al legame e alla possibilità di un futuro.

Perché è proprio lì, tra il “dentro” e il “fuori”, che può riaprirsi uno spazio per il soggetto.

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